Il logos

Alba Pratalia prende il proprio nome da un indovinello - risalente ad un periodo compreso tra il VIII° e il IX° secolo d.c. - che costiutisce una delle più antiche testimonianze scritte del passaggio dal latino al volgare:



Se pareba boves
alba pratalia araba
et albo versorio teneba
et nigrum semen seminaba
Spingeva innanzi i buoi
arava prati bianchi
e teneva un bianco aratro
e seminava un nero seme

Vergati su un codice di origine spagnola, giunto nella Biblioteca Capitolare di Verona nel IX° secolo, questi quattro versi ci hanno offerto alcune suggestioni interessanti per battezzare la nostra attività. Innanzitutto, come si può notare, l'indovinello allegorizza la scrittura attraverso l'agricoltura e, come avviene con le trasposizioni più riuscite, gli incroci semantici generano una fruttuosa plurivocità di sensi. In questo caso, infatti, la trasposizione agraria attribuisce alla scrittura la capacità di generare materia vivente: il senso che scaturisce dal testo cresce e vive come una pianta.
Sui nuclei semantici della nascita e della crescita si può innestare una feconda figurazione di altri temi. Ad esempio l'immagine agreste del foglio pulito, terreno di coltura della scrittura prima e del senso poi. Il prato e il foglio sono i campi di applicazione del lavoro, un fare che è retto da quelle regole che daranno i propri frutti e significati. Infine, non è secondario che la significatività di questo testo stia nel suo essere testimone della comparsa di nuove regole lessicali e sintattiche, quelle di una nuova lingua prima e di una vasta e ricca letteratura poi.
Alba Pratalia è dunque un testo aurorale che è perfettamente adatto a rappresentare il nostro impegno nell'attuale fase di nascita e sviluppo del linguaggio e delle tecniche multimediali. Un vasto campo d'azione ci sta di fronte, da arare e programmare per far fruttificare significati nuovi da piante antiche e future.